UNO NESSUNO CENTOMILA di Luigi Pirandello – Con Primo Reggiani, Francesca Valtorta, Jane Alexander, Fabrizio Bordignon, Enrico Ottaviano – Adattamento e Regia – NICASIO ANZELMO
Il dialogo con Enrico Ottaviano è nato per le strade milanesi, sotto ad un leggero strato di pioggia presto convertitosi in una volta ammantata di blu, stellata e serena. Così la variabilità del clima è la stessa della realtà!
Uno, Nessuno e Centomila è il Romanzo finale di Luigi Pirandello: riassume la filosofia, il pensiero e la poetica dell’autore. E’ un’opera che ricalca la nostra attualità tanto da rendere Pirandello avanguardia e anticipatore dei tempi: nel canovaccio e nelle dinamiche dei personaggi, il filo conduttore è l‘impossibilità di definire l’individuo.
Chi sono io? Come sono stato chiamato? Chi mi conosce, quale immagine di me conosce?

Domande che il protagonista – Vitangelo Moscarda – pone nell’incipit squisitamente filosofico, nate da un particolare indicato da Dida (la moglie di Vitangelo). Questo ragazzotto raffinato, tutto d’un pezzo si mette dinanzi allo specchio ed accade il fenomeno che più si avvicina alla fisica quantistica: l’atomizzazione dell’Io. Luigi Pirandello anche in tale questione si pone allineato alle conquiste freudiane e ai post-strutturalisti.
Il protagonista smarrito inizia a parlare, ad esprimere quel flusso di parole connesse profondamente al pensiero di una realtà appena conosciuta, diversa da quella vissuta nello stato di incoscienza, dormienza durato per decenni. La “molla” sta nel riconoscere un corpo allegoria della punteggiatura: il naso una virgola, le orecchie punti interrogativi, la bocca una parentesi orizzontale, il tronco del corpo un gigantesco punto esclamativo.
La chiave per produrre “Uno, Nessuno e Centomila” data dal regista Nicasio Anzelmo in concerto con interpreti di alto livello (Primo Reggiani, Francesca Valtorta, Jane Alexander, Fabrizio Bordignon, Enrico Ottaviano) è di natura ludica, giocosa per toccare punte di drammaticità: la vera dimensione tragica odierna sta proprio nella difficoltà di definire sé stessi.
Dalla ricchezza alla rinunzia totale verso la mondanità, le apparenze, il passato di un padre ingombrante, di dubbia moralità (banchiere – usuraio). La scelta di far interpretare Vitangelo Moscarda (un giovanotto quarantenne) a Primo Reggiani, attore con i medesimi anni è strategica e assolutamente geniale poiché presenta al pubblico l’idea aderente all’obbiettivo dell’autore. Primo-Vitangelo è credibile, umano, fragile, estremamente lucido tanto da parere pazzo.

La dimensione che Anzelmo e il cast ottengono è accessibile allo spettatore che lentamente viene assorbito dalla mente di Vitangelo, entra in uno dei molteplici profili, diventa schizzo delle sue frammentazioni. Vitangelo è l’Ulisse di Joyce in chiave umoristica, non si dimentichi che Pirandello è il re, il padre dell’Umorismo!
Primo Reggiani offre un ritratto di Vitangelo Moscarda eccellente: un ragazzo che si trova nel mezzo del cammino della sua vita a smarrirsi per un dettaglio detto dalla moglie quasi con scherno. Solo che in questa selva c’è solo lui, le fiere non sono altro che i soci della banca ereditata dal padre, i finti amici, le sue proprietà, la stessa Dida. Un’amica soltanto gli resta confidente seppur spaventata dal ragionamento di Vitangelo che sovrappone il nome di battesimo, al nomignolo Gengé, all’integerrimo uomo di classe infallibile. Chi è questo Moscarda? Un matto da internare?!
- Chi sono? Come sono arrivato ad avere addosso l’appellativo di usuraio?
- Meglio spogliarmi, togliermi dalla pelle questo assurdo Gengé (chi lo ha partorito?!), il lussurioso banchiere penzolante dalle braghe dei soci!
- Abbandonare i desideri, l’ego e rimanere nudo, glabro, pazzo.
I personaggi evocati da Vitangelo non sono altro che getti di intuizioni, evocazioni di ricordi, bolle di sé in cui riconoscersi, nominarsi, identificarsi. Le parole di Moscarda sono il tentativo linguistico di dare un senso all’inconscio: esiste? Che vuol dire essere, esistere? Siamo vivi? Siamo morti? Siamo semplicemente più impalpabili dell’aria…
L’impianto filosofico di Uno, Nessuno e Centomila è quello di un romanzo potente che non può essere tradotto in un monologo. L’intento di questa compagnia e di questo indirizzo registico è di offrire un panorama ampio di punti di vista e angolature del protagonista, anche attraverso i suoi “deliri lucidi” tradotti negli altri personaggi. Questi ultimi sono proiezioni del pensiero di Vitangelo, riflesso della poetica pirandelliana. Il Moscarda può essere avvicinato al Prospero Shakesperiano per grado di coscienza e per muovere i suoi ragionamenti come un burattinaio?!
In questa dinamica interna ed esterna, emozioni, ragione e follia si mescolano come la realtà che prende una piega relativa: del resto chi siamo? Guardandosi allo specchio si inizia con una risposta e non si termina né con centomila, si ha la certezza di averne almeno “nessuna”! La Confessione diventa mezzo per liberarsi dell’ego, apparentemente cedendo alla perdizione di qualsiasi barlume cognitivo, in realtà approdando ad una forma di quasi felicità liberatoria.
Il tour di Uno, Nessuno e Centomila continua: qui le prossime date
Prosegue anche la stagione al Teatro Villoresi di Monza, vera e propria casa, accogliente e calda, guidata dal Direttore Artistico Gennaro D’Avanzo
Si ringraziano per la professionalità, l’attenzione e la sensibilità Enrico Ottaviano e la Compagnia. Un ringraziamento speciale va all’ospitalità del Teatro Villoresi
erica g








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