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Dalle ferite l’impresa del DUUM: saltare per la vita!

Feb 08, 2020
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La colonnina del pullman aveva i vetri tutti sporchi di fango. Le auto irrispettose correvano a tutta velocità senza curarsi delle pozzanghere. Ogni faro visto in lontananza metteva inquietudine, ansia, terrore: perché quella fretta? Perché la luce era così forte, tanto da far girare il volto e vedere brillare quell’orribile deturpazione?

Cos’è una ferita?

Una domanda che potrebbe fare un bimbo di pochi anni davanti a due occhi gonfi di vento e di pianto. L’incapacità di parlare, ripetendo il gesto di sfregare la mano su quel taglio come se si potesse cancellare. Ci sono ferite di vario tipo: alcune attraversano il primo strato della pelle, altre scendono un po’ più giù, altre ancora arrivano a solcare l’anima, le fibre di un corpo che non è più scudo di nulla, nemmeno di se stesso.

Sul volto di quell’uomo, in attesa dell’autobus, capii per la prima volta cosa significava davvero essere feriti: lacerazione della pelle profonda un centimetro circa. Punti di sutura che rilucevano alla fioca luce di quel lampione messo lì, a colorare gli schizzi di fango, le gocce di acqua attirate a terra dalla forza di gravità, gli esseri umani. Un lampione che aveva il compito di dare un senso al cartello con gli orari delle tratte percorse.

Prendevo anche io quel pullman, ritrovandomi accanto a quell’uomo sfregiato per sempre e non solo nella pelle. Il viso sarebbe rimasto sfigurato e sapevo senza nemmeno parlarci che non sarebbe stato disposto a nessun intervento di chirurgia! Quella era la cicatrice della vita, quella per cui ti tieni dentro tutto e va bene così.

La lacerazione ha trafitto l’anima ed attorno intravedevo qualche mattoncino usato come scudo, come riparo, poiché il cuore e la ragione erano piegati come canne spezzate da un vento indomabile arrivato dalle attività incoscienti degli uomini di oggi.

Scorgevo una fortezza costruita con meticolosità, adagio, senza farsi notare.
Solo scontrandosi con esseri simili si arriva a comprendere quanto forte, inespugnabile ed alta sia tale fortezza.
Tanto più la cicatrice diventa brutta, orribile e motivo di derisione, tanto più la fortezza diventa maschera e quest’ultima apre la via ad un mondo parallelo colmo di strade sotterranee, prive della luce del sole e di quel lampione. Ci sarebbe mancato? Non in quel momento!

Ho seguito quell’uomo poiché anche io porto quella stessa cicatrice. Il mondo in cui si è rifugiato insieme ad altri ‘galeotti di ferite‘ è ambiguo: vi regna un buio inesorabile eppure si vive in comunità. Si è soli ma contemporaneamente uniti da un triste denominatore comune: ferite profonde inferte dall’uomo deliberatamente.

Scorre il tempo, si arriva a strapparsi l’un con l’altro qualche sorriso, si avverte il desiderio del Sole e di quella Madre Terra abbandonata tanto tempo prima. Quell’uomo scrive formule e fa passare progetti su progetti: il tempo è compiuto!
Può nascere l’erba dalla fortezza, può l’acqua scavare nel muro sebbene ne sono servite tante di lacrime per creare una crepa, e questa fessura ora esiste!
Come fare per ritrovare la via tanto dimenticata?
Quell’uomo è un architetto.. conoscerà la strada. Prova e riprova ma, solo credendo nell’idea di essere unici, irripetibili, capaci di condividere un sogno sarà possibile compiere l’impossibile: l’impresa di uno, l’impresa di tutti, un salto chiamato DUUM!

DUUM

è un buon giorno con il sorriso,

è un abbraccio,

è una stretta di mano,

è un silenzio,

è ritmo,

DUUM è un salto!

Si  racconta di un viaggio di un uomo, un architetto, dei suoi compagni…

Si racconta di un viaggio fatto di momenti di tensione, istanti inquieti, attimi fugaci di gloria e paura e rabbia.

Si racconta infine di una bellezza e della ricerca di gioia, al di là delle ferite.

Si ringrazia il Teatro Giuditta Pasta di Saronno per l’accoglienza e lo squisito calore.

Si ringraziano i SONICS per l’esibizione impeccabile e straordinaria.

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