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Donne e ricerca: Nicoletta Landsberger

Giu 07, 2018
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Il mondo della ricerca scientifica per come arriva a noi, cela il grande impegno presente e vivo nei banconi dei laboratori di ricerca dove vi sono persone forti, brillanti, sensibili che hanno un ruolo chiave nel “dietro le quinte”. Sono persone, di cui numerosissime donne e qui, porteremo la loro voce e storia. L’articolo-intervista che segue è la missione e la storia di una donna e ricercatrice eccezionale: Nicoletta Landsberger.

Nicoletta Landsberger: il suo nome è collegato ad una ricerca ad altissimo livello, alla sindrome di Rett, al riconoscimento prestigioso che ha a livello nazionale ed internazionale ma…come è iniziato tutto questo da un punto di vista personale ed “emozionale”?

Sono felice di condividere la mia esperienza qui! La mia storia personale, la “voglia” di ricerca inizia tantissimi anni fa, ai tempi del liceo classico, verso i 16 anni, quando una sera, a cena con i miei genitori, è presente un famoso pediatra milanese, Marcello Bernardi. Egli racconta i suoi studi descrivendo le Leggi di Mendel, cosa fossero i geni dominanti e recessivi e come si tramandassero i tratti dominanti nella popolazione. Sono rimasta così affascinata da prendere una decisione che non sarebbe più cambiata: diventare una genetista o biologa molecolare, fare ricerca, andare all’estero per la ricerca svolgendo attività nei laboratori. Prima di quell’incontro c’era solo un minimo interesse per la ricerca in generale, forse sul comportamento animale, forse per l’archeologia ma poi i “geni”, quella cena hanno cambiato per sempre la mia vita.

 Nicoletta Landsberger ieri ed oggi, quali aneddoti l’hanno caratterizzata, quali momenti sono stati centrali sia da giovane ragazza sia come donna creativa e con la forte passione che sa trasmettere?

Di aneddoti ce ne sono tantissimi… ne condivido alcuni, ciò che mi viene in mente ora!

Quello che mi fa più sorridere riguarda il Quirinale e la sua decisione nel riconoscere la mia attività e la collaborazione con pro RETT: in laboratorio quel giorno suona il telefono e risponde un ragazzo giovane, un dottorato. Mi dice che: “in linea c’è la Repubblica”, senza aver compreso che era la segreteria del Presidente della Repubblica ed ho detto di far richiamare…!

Oh, ve ne sono così tanti di ricordi ed emozioni! Quello che ho nel cuore è la partecipazione per la prima volta alla Maratona di Telethon con l’intera famiglia Bernardelli (Rita, Fausto ed i loro figli tutti sani ad eccezione di Anna, una bambina Rett). Li avevo incontrati prima di andare sul palco insieme per organizzarci ed Anna era addormentata. Rita e Fausto erano preoccupati che avrebbe continuato a dormire durante l’evento, invece non fu così! Anna rimase sveglia e, terminato l’intervento in pubblico, non avendo stabilito ancora un contatto con lei l’ho guardato profondamente con gli occhi dicendole: “Bravissima, Anna!”. Mi ha sorriso! Il sorriso di una bambina Rett è una cosa unica al mondo, rara e preziosa! Ho abbracciato il papà di Anna ed in quel momento è come se abbracciassi mio padre. Da allora il rapporto con la famiglia Bernardelli è diventato profondo, oltre il “solo” lavoro.

Lei ha unito la passione della ricerca all’insegnamento: quali emozioni prova nel trasmettere ai ragazzi la sua passione e le sue conoscenze?

Un’emozione grande è ritrovarmi in treno, per strada, in Comune incontrando ragazzi e ragazze che sono stati i miei studenti e mi salutano orgogliosi e pieni di riconoscenza nell’aver fatto lezione con me … Ed è una gioia vedere i volti dei ragazzini delle scuole medie affascinarsi, preoccuparsi, annoiarsi od illuminarsi quando racconto loro del mondo della ricerca! Chissà che strada prenderanno?

È proveniente da una cultura familiare umanistica, ha preso successivamente una strada (quella scientifica) ben diversa e sicuramente per certi versi in contrasto con la precedente… come li ha affrontati?

La cultura umanistica non è “pesata” assolutamente sulla mia scelta di dedicarmi alla ricerca. Mi ha dato una forma mentis ed un rigore che mi sono stati utili. Per la mia famiglia invece è stato più difficile accettare ciò che studiavo poiché non capiva cosa facevo né tanto meno l’importanza degli studi e dell’attività. Non c’è stata mai attenzione fino a quando non ho avuto l’Onorificenza. C’è sempre stato rispetto, d’altronde la mia è una famiglia si è sempre concentrata sul mondo umanistico, non mostrando particolare interesse per la mia avventura scientifica ma mi hanno rispettato ciò che ho scelto.

Come muove la sua ricerca nei confronti dell’etica?

L’etica è fondamentale per me! Oggi i ricercatori parlano di Research Integrity e ci sono vari aspetti da considerare. Il primo è quello derivato da studi non ripetibili o non veri o manipolati; un lavoro scientifico costruito con questi presupposti nega la scienza, il valore dello scienziato e della propria professione ed in ultimo nega una possibilità di crescita all’uomo, svilendolo. Un secondo aspetto sono gli studi e gli errori annessi non voluti: nella ricerca c’è un forte clima di competizione che non aiuta, un po’ per i fondi, un po’ perché in Italia la mancanza di risorse economiche è molto marcata. Questo incremente il notevole carico di lavoro che incombe su di un professore universitario (insegnante, ricercatore, segretario…): si deve imparare a delegare ed a fidarsi delle persone, ed è ciò che tendo, senza nascondere il timore, a fare. Per diminuire gli errori trascorro i week end a correggere le procedure svolte dai ragazzi nel laboratorio per impostarle al meglio e poterle riprodurre continuativamente in laboratorio.

Infine c’è l’etica sperimentale sugli animali: vivo male questo aspetto. Dopo il caso della Talidomide è obbligatorio per legge e fondamentale che ogni farmaco sul commercio sia testato su animali. Ci tengo a sottolineare che la vivisezione in Europa è illegale e non applicata! Gli animali da laboratorio usati per la sperimentazione sono curati ed allevati in maniera assolutamente legale e controllata e le procedure sperimentali che li coinvolgono vengono usate se assolutamente necessario! Si può credo ancora ottimizzare il numero di animali usati benchè  Per il resto non pongo veti perché si porta avanti, sui banconi, la lotta per vita dell’uomo nel rispetto di tutti gli esseri viventi.

Nicoletta Landsberger come donna… oltre la ricerca quali sono le sue abitudini, i suoi hobby, come trascorre il tempo libero (immaginando che la ricerca permei le sue giornate)? La sua famiglia?

La mia giornata inizia alle 6.30 del mattino e dedico circa un’ora e mezzo alla casa, ai miei due fantastici gatti, ad organizzare le cose per i miei due figli, ormai grandi e poi vado al lavoro. Il rientro è per le 20.00 – 20.30 e, sì la ricerca permea davvero tanto la mia vita, ne sono felice! Alla sera si ribalta simmetricamente ciò che faccio al mattino ma ciò che adoro di più è una buona cena rilassante, con del buon cibo ed un’ottima bottiglia di vino, si racconta la giornata, si discute, si parla con i figli… Le mie passioni sono i gatti, le camminate e devo dire che Milano è una città meravigliosa: quando mi capita di vedere un cortile od un bel giardino ed ho tempo, lo raggiungo volentieri!

La Sindrome di Rett è una malattia genetica rara che colpisce le bambine con un’incidenza di 1 bambina su 10000; apparentemente le piccole nate sono sane e crescono “normalmente” fino a 6/36 mesi. Dopodiché c’è la fase di degenerazione della malattia: le bambine perdono tutte le capacità acquisite sino a questo momento e, riescono a comunicare esclusivamente con gli occhi.

Spostiamo l’attenzione sul tema a Lei più caro: la ricerca ed in particolare il progetto sulla Sindrome di Rett. Come ha iniziato a lavorare su questo progetto?

La sindrome di Rett nasce grazie ai genitori di Pro RETT ed al caso… nell’ultimo periodo di attività di ricerca negli Stati Uniti, quando ho deciso di tornare in Italia, era appena nato mio figlio, ho pubblicato un articolo ed avevo un periodo di ricerca limitato (1 anno). Ho deciso di dedicarmi ad un progetto “breve” concentrandomi su di un gene o e proteina di cui pochi s’interessavano, li avrei portati con me in Italia. Mi dedico quindi a MeCP2 che è poi la causa della Sindrome di Rett ma allora vi era il buio su questa conoscenza. L’ultimo anno lavoro su questo tema e poi decido di proseguire in Italia (1996). Nel 1999 MeCP2 viene riconosciuta come causa della Sindrome di Rett. Si “legge” la malattia ma non si vede perchè è filtrata da descrizione scientifiche di pazienti malati che non arrivano di certo a toccare il cuore. Nel 2005 però conosco Rita Bernardelli che ha fondato l’associazione pro RETT: Rita scopre che avevo ricevuto finanziamento americano per gli studi su Rett e mi chiede di incontrarla a Padova. In quel giorno conosco genitori con bambine e ragazze Rett. Sento descrivere l’amore ed il dolore per queste figlie, chiedono aiuto con il cuore, con gli occhi…. Da quell’incontro è nata una sintonia che ha indirizzato tutti i miei studi e la mia vita sulla Sindrome di Rett.

Quali sono i passi compiuti, i traguardi raggiunti e quale speranza si può dare a queste bambine ed alle loro famiglie?

Negli Stati Uniti ho partecipato a uno studio che dimostra il meccanismo principale di azione di MeCP2 parallelamente agli studi di Adrian Bird. In Italia ho scritto diverse pubblicazioni senza un risvolto “epocale” come il primo studio. Recentemente a Milano, ricerche importanti mostrano il ruolo di MeCP2 durante lo sviluppo embrionale su cui vi sono già pubblicazioni in merito. Fino a 6-36 mesi le bambine appaiono normali e, dagli studi nel topo (hanno uno sviluppo “normale” fino a 3 o 4 settimane) si pensava che la sindrome insorgesse dopo la nascita. Invece, la malattia è presente già nell’embrione e sembra che la patologia evolva nel tempo: la proteina fa cose diverse a seconda dell’età cerebrale. È importante tale aspetto nella ricerca di cure e terapie a seconda dell’età del paziente. Questo è un argomento su cui vorrei insistere: in laboratorio abbiamo prodotto un modello di “topo” semplicissimo ma migliore, resistente, per studi più efficaci ed anche per capire meccanismi terapeutici. Il mio laboratorio ha contribuito a dimostrare nuovi meccanismi di base su MeCP2 ed ora ci focalizziamo su aspetti più traslazionali ed è giunto il momento di sfruttare conoscenze attuali per pensare a farmaci ed approcci terapeutici. Attualmente ce n’è uno promettente e speriamo in circa 2 anni di pubblicare il potenziale terapeutico del nostro nuovo approccio.

Una domanda scontata ma comune a tutte le sindromi: si potrà garantire un giorno una qualità di vita “dignitosa” a queste bambine / ragazze?

Credo che in un futuro non ancora prossimo potranno avere una vita normale. In dieci anni di ricerca sulla sindrome di Rett abbiamo dimostrato che nel topo è curabile però, non c’è nulla attualmente che possa essere risolutivo nell’uomo. Nei prossimi anni auspico un serio contributo che possa migliorare le condizioni delle bambine unendo gli sforzi da parte dei clinici e dei ricercatori: insieme si può collaborare!

Oggi c’è un farmaco, si sta sperimentando seguendo le ultime fasi, per la respirazione di queste bimbe su cui confido tanto. Non siamo prossimi alla cura ma spero di percorrere solo pochi passi per ottenere farmaci che aiutino le bimbe ad avere una vita migliore.

Cosa significa per lei e per le “sue” bambine l’8 Marzo?

Non ha alcun significato, non voglio un giorno per le bambine o per me ma desidero che tutte le giornate siano nostre! Non c’è ancora parità ma siamo nella giusta situazione per ottenere ciò che vogliamo, c’è un’intera vita non un solo giorno da dedicare alle bambine Rett ed alle donne!

Nicoletta Landsberger che messaggio vuole lasciare oggi a tutti ed in particolare ai giovani?

Ai giovani desidero comunicare che fare il ricercatore in qualsiasi campo è meraviglioso! Certo è un mestiere faticoso ma affascinante, stupendo, meraviglioso, benché nel quotidiano 10 volte si fallisce e solo mezza volta si vince. Inoltre si continua a studiare e si è sempre in contatto con i giovani.

Al di là della scelta i giovani devono credere nella ricerca altrimenti non c’è futuro; la ricerca va appoggiata e sostenuta, divulgata, facendo tacere voci insensate contro la sperimentazione, la vivisezione (che non esiste), i vaccini (che salvano la vita e non c’è alcuna correlazione scientifica tra vaccini e autismo o Rett…!). E’ vero fare il ricercatore non è un lavoro per tutti, si è impegnati 365 giorni e molte notti! La ricerca resta però un mondo meraviglioso, poter andare a lavorare nelle zone anglosassoni e tornare in Italia perché ha bisogno di cambiamento e giovani menti brillanti.

Ringrazio di cuore Nicoletta Landsberger e la sua squisita disponibilità. Non ci sono parole da aggiungere se non di divulgare il più possibile la sua missione, la sua passione per questo lavoro, aiutando nel modo che suggerisce il cuore, il suo progetto e le bambine Rett.

Associazione pro RETT : https://www.proRETT.org/
Nicoletta Landsberger: http://www.unimi.it/chiedove/schedaPersonaXML.jsp?matricola=14744

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